Lino Centi | Giorgio U. Bozzo / Le radici dell’orgoglio / La storia del movimento LGBTQIA+ in Italia / Vol. 1 / 1960-1972
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Giorgio U. Bozzo / Le radici dell’orgoglio / La storia del movimento LGBTQIA+ in Italia / Vol. 1 / 1960-1972

Giorgio U. Bozzo / Le radici dell’orgoglio / La storia del movimento LGBTQIA+ in Italia / Vol. 1 / 1960-1972

Dedicato a tutti coloro che ho incontrato.
LC 

Giorgio U. Bozzo è un performer  attrezzato e mercuriale. Baciato da quella curiosa magia designata captatio benevolentiae, una sorta d’empatia prelogica che, invisibile quanto palese, lo sostiene all’istante. I motivi e ragioni de Le radici dell’orgoglio  erano d’altronde trasparenti nonché  significative: si trattava di aggiornare e “storicizzare” / come Ivan Teobaldelli ripeteva / il complesso saggio Elementi di critica omosessuale pubblicato da Einaudi nel 1977. Una svolta critica in merito al dicibile nella sessualità: una per fortuna soltanto metaforica atomica sganciata  sull’edificio della rappresentazione sessuale fino ad allora considerata a torto binaria. 

Il saggio di Mieli è stato tradotto
in spagnolo nel 1979 da Anagramma
ed in inglese nel 1980 per la Gay Press.
In Francia, dove per tutti gli anni Settanta
ed Ottanta ha prevalso il pensiero di Michel
Foucault, della sua Storia della sessualità e del
suo straordinario quanto attualissimo testamento
spirituale, Atto sessuale scelta sessuale, si è dovuto
attendere il 2014 per una traduzione francese. Epel Editions.

 

Ma chi era Mario Mieli? Proveniva da una famiglia di ebrei di
Alessandria  in Egitto, poi trasferitasi a Milano per assecondare
il padre, industriale di un certo talento. Per dovere di cronaca faccio
presente  che ad Alessandria d’Egitto è nato anche il Nobel per la poesia
Giuseppe Ungaretti e vi è morto Vittorio Emanuele III, Re d’Italia. In esilio.
Dopo aver abdicato in favore del figlio gay Umberto, a dimostrazione che il sangue
reale non è una diga e che l’omosessualità può attecchire in qualunque contesto o tipo
di famiglia, e come ha scritto Mario Mieli nel prologo di Elementi : L’omosessualità è sempre
esistita.  Il film Gli Anni Amari racconta di un Mario adolescente, brillante e cosciente della
propria particolarità e, per qualche tempo, sodale di Ivan Teobaldelli ed Ezra Nahmad, che, per un
gioco del fato, me lo presentò in occasione del vernissage The Bigger Splash, video realizzato da  David
Hockney,  avvenuto all’inizio degli anni Ottanta al Cinema Teatro Odeon / capolavoro del giovane arch. Piacentini catturato dalle vibrazioni del déco / e che si trova a due passi dalla Galleria Immaginaria al 14 rosso di via del Trebbio dove Giorgio ha presentato il testo.  

 

Due ore è il tempo di una lezione accademica, il tempo prescelto da Giorgio Bozzo per la presentazione del suo Le radici dell’orgoglio. Eppure sono trascorse in una sorta d’ipnosi in cui scorrevano manifesti e citazioni,
Pier Paolo Pasolini ed il 68; i cessi  pubblici posti in copertina del libro corposo ma ancora maneggevole;
il Pozzo della solitudine e gli Occhiali d’Oro che ho ri-comprato avantieri a due passi da casa Bassani
a Ferrara.  E quindi: il Rapporto  contro la normalità  del F. A.H.R. che, ventenne, ho recensito  per
“Il Bimestre”, rivista che pagava i collaboratori quindi indimenticabile; Roger Peyrefitte e le
sue Amicizie Particolari  nel cui finale mi sono dissolto in lacrime covando una promessa
vendicativa ormai appannatasi. Per una sorta di ripicca radical shock, mi sono rifiutato
di leggere Anonimo Lombardo di Alberto Arbasino, mentre Super Eliogabalo era
uno dei testi-bandiera di Anna Mari, all’epoca ancora la mia ragazza. Forse  la
maggioranza dei gay / e  segnatamente per la generazione degli anni Quaranta /
ha una protostoria eterosessuale. Che ci ha permesso di non aver timore
delle donne: timore piuttosto diffuso fra gli etero duri e puri.

 

Le radici dell’orgoglio individua negli anni Sessanta-Settanta  una sorta di cesura ermeneutica postulando un antidoto contro una  disavventura della memoria. Ed il lavoro di Bozzo è un manuale ben scritto  che si rivolge ai gay ed etero senza paraocchi,  che non  hanno avuto la possibilità e/o l’audacia, il tempo e/o la curiosità, di soffermarsi a leggere Studio sulla vita del Testaccio & Amado mio di Pierpaolo Pasolini, Goodbye to Berlin di Christofer Ischerwood,  la geniale raccolta Jukebox all’idrogeno  e dunque l’Urlo di Allen Ginsberg,  ma forse neppure le straordinarie poesie  omoerotiche di  Sandro Penna, Walt Whitman
o di un Palazzeschi: l’autore di quell’inno alla libertà rappresentato dal Codice di Perelà, uomo di fumo.
E’ un  testo che si rivolge in particolare  ai giovani ed ai giovanissimi.  Oggi un adolescente gay credo
difficilmente possa pensare di essere l’unico al mondo. Ma temo dipenda dal continente dove nasce.
Ovvero di cosa si alimenta la sua particolarità.  Ad esempio se viene rifiutato potrà piangere sulla
spalla del suo migliore amico o amica? Scrive David Leavitt, che ha abitato a Firenze per qualche
anno: Tutti sapevano che ero gay, tutti tranne io. Ho citato a memoria, ma il senso è giusto!

 

Nel 2002 ho visitato ad Alessandria d’Egitto la casa-museo di Konstantinos Kavafis. Ero accompagnato da un timido quanto affascinante ragazzo  cairota incrociato all’Istituto Italiano di Cultura del Cairo. Parlava un’eccellente italiano. Kavafis
abitava nel quartiere arabo, un dedalo di viuzze interrotte da slarghi inconcludenti. Il portone sulla strada lasciava
intravedere tracce di scritte poco rassicuranti sovrapposte nel tempo. Al secondo piano siamo stati scrutati
a lungo da uno spioncino e  quando la porta si è infine  aperta ne abbiamo apprezzato la solidità. Kavafis
era morto da  trent’anni eppure il suo spirito libero faceva ancora paura. Sentimento che  l’accogliente
guardiano poliglotta non riusciva a dissimulare del tutto e che / nel corso di una discussione in
arabo e francese  / si palesava a guisa di un vuoto nel tempo: le pause lasciavano trasparire
ansia e solitudine. Era stato amico intimo del grande Poeta? Me l’immaginavo in attesa
del postino che talvolta suonava con  pacchetti di nuove traduzioni o di qualche,
raro, visitatore per cui la casa, le teche, la collezione di pubblicazioni, riviste
e traduzioni, erano tenute in un nitore da casalinga spagnola. Nell’intero
Egitto mai più ho incontrato un museo altrettanto  così pulito e curato.

 

Per quanto Alessandria, per struttura urbana,  l’onnipresenza del marmo Carrara,
l’assenza di donne velate, lo strepitoso  sfarfallio indolente del quartiere greco,
l’hotel Cecil dove ho inutilmente chiesto la stanza di solito prescelta da Foster
l’autore del primo lieto fine nella letteratura gay,  ci ricordi più d’una città
del sud Europa e dunque ci si senta a casa, vi era una tensione nell’aria.
A differenza dallo scrivente Nagib non era attratto dalla flânerie, sicché
preferiva rimanere nel piccolo terrazzo a sbalzo della camera
a leggere i  libri che mi ero portato.  Uscire da solo comportava,
subito dopo  essere entrato in piazza Saad Zaghloul, provare
a respingere un’offerta di sesso da parte di uno dei tanti
ragazzi o giovani uomini che vi transitavano di giorno
e di notte.  Nagib commentava: Vedi Lino secondo il
punto di vista degli alessandrini chi va al Cècil
è giocoforza gay. Va da sé che qui le notizie
circolano: tutti sanno che sei in camera
insieme ad un ragazzo egiziano. Nessuno, ma proprio
nessuno,  crederebbe ad un’amicizia casta, perché in Italia non è così?
Guarda se non avessi 18 anni, compiuti tre giorni prima del nostro arrivo,
mica mi avrebbero permesso d’entrare in camera con te! Forse in Italia si può?

 

Un giorno che mi sono / quasi / smarrito nella  metropoli, mi ritrovo in vista di un campus universitario e lì, fra il mare ed il campus, scorgo la nuova Biblioteca Alexandrina. E’ stata appena inaugurata e la forma rivela una contaminazione palese fra Postmoderno e Decostruttivismo. La nuova Biblioteca Alexandrina  si presenta mediante un’impressionante vela sghemba interconnessaad altri ambienti del complesso caratterizzati da vere e proprie citazioni. La vela che s’innalza cattura la luce e la distribuisce all’intera biblioteca: in particolare alla sala di consultazione e lettura. E’ un progetto faraonico? Si lo è. Ma nel senso non-spregiativo del termine: i Faraoni ci hanno lasciato dei capolavori assoluti con cui ogni nuova civiltà si è giocoforza misurata. Lo ziggurat rovesciato  che sto componendo
nello scrivere questa nota  altro non è che un replay dalle piramidi a gradoni del periodo
precedente le vere e proprie piramidi. In un contesto piuttosto occidentalizzato, come
del resto lo sono tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, l’amore fra due
uomini / segnatamente se adolescenti / di norma non è affatto accettato.
Achtung: la prostituzione maschile permette di scopare a randa, come
ad esempio in Memorie di un innocente Tony Duvert riporta
dettagliatamente, ma immagino che il lettore sappia che
sto parlando di ben altro: un Progetto di Vita. Intanto,
dal Marocco alla Turchia, l’unico paese dove vige
il matrimonio fra persone dello stesso sesso
è Israele. Ed il grande problema sono
le donne, ovvero la loro Psiche. Insondabile.
Ch. è un giovane architetto libanese cristiano maronita,
dunque parte della Chiesa cattolica. Qualche anno fa ha raggiunto
sua madre che vive a Beyrout insieme al compagno: un giovane
argentino d’origine italiana che ho avuto modo di conoscere. Una notte che i due
fanno forse l’amore con particolare frenesia ed irruenza, nel mentre Manuel incula Ch.,
la porta della camera si apre: la madre guarda la scena, poi richiude la porta in un silenzio gelato.
Mi dice Ch.: Non escludo che si fosse fatto più casino del solito. Poterne parlare / del sesso / con mia
madre mi sarebbe parsa una liberazione… Invece nulla! Ed o mi sono convinto, nel tempo, che la scena sia
stata effacée. Cancellata, rimossa. Mia madre non può capire. In Egitto ed a Tunisi mi sono ritrovato in situazioni
mutatis mutandis consimili con due giovanissime morose di ragazzi conosciuti a Zamalek, ovvero in un chiringuito posto
all’uscita dello zoo di Tunisi. Sembra un dato di fatto. Rilevato. Cartesiano. Popolare. Inattaccabile. Le donne non capiscono.
Ma perché?

 

Visito con Nagib il  Museo Greco-Romano d’Alessandria.
Un grande edificio neoclassico con un porticato dorico che
anticipa lo spazio espositivo e ne privilegia una vista frontale
carica d’ombre. D’ombre portate dalle colonne. Riconosco alcuni
ritratti della Scuola di Fayyum, poiché parte del programma liceale,
stupendo non poco Nagib. Mentre il  Cairo, sviluppatasi all’inizio del delta
del Nilo, d’inverno è una città fredda, perfino gelata, ad Alessandria la massima
in pieno inverno non si schioda dagli oltre venti gradi. S’incontrano in strada ragazzi
seminudi e dei meticci di una bellezza sconvolgente. Tuttavia, avendo abitato a lungo a
Parigi, dove se permetti ad uno sconosciuto di salire in casa, lo happy end non è assicurato;
essendomi imbattuto in una situazione piuttosto complicata ad Istambul, nella piscina dismessa
della locale Università: Ma vedi dove sei venuto a morire, è il lucido flash che mi ha catturato nel mentre
la catenina di Tatiana, morta a Mosca e figlia di Alma e Renzo l’Arco, primo corrispondente italiano del Corriere della Sera in Russia
mi veniva strappata dal collo.
In seguito ho anche letto il bel racconto di Mohamed Leftah, L’ultima battaglia del capitano Ni’Mat,
che ha aggiunto carburante alla cautela. I paesi del nord-Africa, alcuni incantevoli, sono controllati
da oligarchie religiose e cieche di solito variamente omofobe quanto contrarie ai diritti individuali.
Nel mentre trascorrevo un buon mese al Cairo,
ospite di un amico siciliano che vi lavora stabilmente
per la Snam Progetti, è accaduto che un battello privato
affittato da giovani gay per una festa sia stato bloccato sul Nilo e la festa
trasferita nella locale caserma di polizia. Non esiste in Egitto il reato di omosessualità.
Però, esattamente come nell’Italia fascista,  i partecipanti alla festa,  sono stati incriminati
di Atti Contrari alla Morale: uno scandalo nazionale alimentato da un tribalismo religioso come
in Europa non se ne vede. E studi in forma divulgativa quali Le radici dell’orgoglio di Giorgio Bozzo
ne rappresentano un’efficace risposta quanto l’antidoto più promettente.